Montanelli, Tucidide, Orwell:
come si scrive di storia


Questo è un articolo che ho trovato su Lettere al Corriere di Paolo Mieli
, essendo piuttosto interessante, ho ritenuto opportuno farne una copia, dato che sul sito del corriere fu tolto:

9 Novembre 2003

Letto il suo editoriale dedicato alle discussioni di storia, vorrei aggiungere due parole in merito al ritornello «gli storici debbono scrivere in modo cattivante». Resto, con Arnaldo Momigliano e altri (per esempio Ranke), convinto che la discriminante sia tra racconto vero e racconto falso. E la ricerca della verità - dice Tucidide - è «faticosa». «Il mio racconto - dice ancora Tucidide - risulterà poco dilettevole in una pubblica lettura proprio perché privo di finalità artistiche.
«A me però basterà che lo ritengano utile quanti vorranno vedere con esattezza i fatti passati e orientarsi un domani di fronte agli eventi».

Luciano Canfora

 

RISPOSTA DI MIELI:

Caro Canfora,
aggiungo alla sua considerazione di raffinato antichista che Giuseppe Flavio, un grande da lei un tempo definito il «Tucidide degli ebrei», così sentenziò al termine della prefazione alla «Guerra giudaica»: «Per gli amanti della verità ho scritto, non per dilettare i lettori». Questo per dire che lei ha perfettamente ragione: la storia è complessa, deve essere scomposta e ricomposta infinite volte prima di poter essere raccontata; e quando si ritiene di essere giunti al traguardo, di avere tra le mani il bandolo della narrazione, si scopre che c’è sempre un nuovo modo di scomporla e ricomporla, così all’infinito. Ed è questo il suo bello, altro che narrazione facile ad uso di qualche lettore in cerca di diletto.
Nessuno più di me (che sono stato allievo di Renzo De Felice, uno storico dedito pressoché esclusivamente alle complicazioni e nemico irriducibile della lingua facile, ipersemplificata, «giornalistica»), è in grado di apprezzare la sua asciutta letterina, caro Canfora. Ma proprio De Felice, e insieme a lui Rosario Romeo, mi insegnarono ad apprezzare l’eccezione all’aurea regola da lei ricordata. Eccezione costituita da persone - rarissime - che hanno la capacità di raccontare il passato in modo scorrevole, avvincente, ma non rinunciano a rendere il senso della complessità degli argomenti che trattano. E il primo esempio che veniva loro in mente era quello di un grande amico di entrambi, Indro Montanelli, in riferimento, ovviamente, alla sua «Storia d’Italia». Il primo esempio, ho scritto? Avrei fatto meglio a dire l’unico, dal momento che quei due maestri avrebbero esteso questo loro giudizio al massimo ad altri due o tre italiani per l’intero Novecento. Ma di Montanelli, delle discussioni storiche nate dai suoi libri, di quelle d’oggi - e anche (perché no?) del modo in cui si deve scrivere la storia - converseremo insieme, io e i lettori che ne avranno voglia, mercoledì prossimo dalle tre alle cinque del pomeriggio per mezzo di una video chat alla quale si potrà accedere digitando il sito «www.corriere.it» nel quale troverete il «link» di connessione al video di cui ho detto.
Prima di chiudere, però, vorrei tornare al suo Tucidide e al mio Giuseppe Flavio, caro Canfora, a mettere in rilievo il fatto che - «per vedere con esattezza i fatti passati e orientarsi un domani di fronte agli eventi» senza cercare a tutti i costi di «dilettare i lettori» - il ricorso alle tecniche usate dai giornalisti è, talvolta, prezioso (ed è l’opposto di quel che può apparire ai custodi del metodo, agli storici di professione). Ha ricordato George Orwell che nel suo avvincentissimo «Omaggio alla Catalogna» - scritto di ritorno dalla guerra civile spagnola per difendere in modo documentato i trotzkisti accusati dai comunisti staliniani di aver ordito complotti in combutta con i franchisti - inserì di proposito un lungo capitolo infarcito di citazioni giornalistiche. «Un critico che stimo - raccontò in seguito Orwell - mi fece su questo una ramanzina: "Perché ci hai messo dentro tutta quella roba? Hai trasformato in giornalismo quello che avrebbe potuto essere un buon libro"». Forse quel critico amico di Orwell aveva ragione e senza le citazioni giornalistiche «Omaggio alla Catalogna» sarebbe stato un «buon libro» ancor più di quel che fu; ma gli storici lo avrebbero giudicato inutile. Così, invece, ancorché più faticoso è un testo indispensabile per capire quel che accadde nella penisola iberica tra il 1936 e il 1939. Non è meglio? A mio avviso, sì.











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