Erasmo e Montanelli

Questo è articolo di cronaca del Corriere della Sera. Ho ritenuto opportuno farne una copia, essendo difficile trovarlo sul sito.

19 Novembre 2003

Montanelli e la storia: sfida al potere sempre con ironia e disincanto

Erasmo era un grande cronista, parola di Indro

«Noi italiani abbiamo la vocazione al servilismo. La cultura italiana è nata nel Palazzo e alla mensa del Principe»

di GIAN ANTONIO STELLA

«Noi italiani abbiamo la vocazione al servilismo. Siamo i migliori camerieri, maître d'hotel, cuochi, calzolai... In fondo siamo stati grandi musicisti e grandi poeti perché erano arti di corte...». Quella sera a casa sua, ritto e secco nella sua poltrona, Indro Montanelli non inserì nella lista dei cortigiani, che disprezzava, gli intellettuali. Li aveva già strapazzati nell'ultimo libro con Mario Cervi, «L'Italia dell'Ulivo»: «La cultura italiana è nata nel Palazzo e alla mensa del Principe, laico o ecclesiastico che fosse. E non poteva essere altrimenti visto che il principe era, in un paese di analfabeti, il suo unico committente». Colpa della Controriforma, che facendo del prete l'unico interprete delle Scritture, «dell'analfabetismo era stata la fabbrica», col risultato che «così si formò la cultura parassitaria e servile che non è mai uscita dai suoi circuiti accademici per scendere in mezzo al popolo e compiervi quell'opera missionaria di cui le è sempre mancato non solo la vocazione ma anche il linguaggio. In Italia il professionista della cultura parla e scrive per i professionisti della cultura. E istintivamente cerca ancora un principe di cui mettersi al servizio».


BRUSCO E SPAVALDO - Era brusco e spavaldo, il vecchio Indro, quando randellava i pomposi sacrestani di categorie che non stimava. Basti rileggere la risposta data tre anni fa a un professore che aveva sconsigliato agli studenti la sua storia d'Italia: «Sì, non sono un ricercatore di documenti originali né un sommozzatore di archivi. Le mie notizie, è vero, sono quasi tutte di seconda mano. Però, contrariamente a quanto dice il vostro professore, si tratta sempre di mani buone, perché succhio alle fonti più qualificate in tre o quattro lingue. So benissimo di non "scoprire" né "rivelare" nulla di nuovo. Ma non mi sono mai proposto questo. Il compito che mi sono sempre assegnato è quello di "raccontare" a chi non lo sa "come andarono le cose", cioè di fare ciò che gli storici italiani - salvo rarissime eccezioni - si sono sempre dimenticati, o non sono mai stati capaci di fare». E com'è una cultura che non comunica? «Socialmente inutile». Forse per questo, quando amava qualcuno, Montanelli forzava fino alla provocazione il suo orgoglio di appartenenza. Si legga il ritratto di Erasmo da Rotterdam nel volume della Storia scritto con Roberto Gervaso in edicola domani col Corriere: «La verità è che Erasmo, più che un grande erudito e profondo pensatore, fu un magnifico, inimitabile giornalista, che "sentiva" il pubblico e rispondeva puntualmente alle sue aspettative. Poteva sbagliare l'impostazione o la soluzione di un problema, ma mai il "tempo" di affrontarlo». Insomma: «Erasmo sbaglia il "trattato", non sempre azzecca il "saggio", ma brilla immancabilmente nell'"articolo", come testimoniano le lettere, insuperati modelli di altissimo reportage, il suo capolavoro».
Pochi capitoli aiutano a capire il taglio diverso che il grande inviato dava alla «sua» storia quando quello dedicato a Francesco Datini, un mercante toscano che, affetto da grafomania, ci ha lasciato 150 mila lettere, 500 registri e altri documenti che hanno consentito agli storici di ricostruire l'intera vita di un uomo del Trecento. Con quei dettagli che non solo aiutano gli storici a dare forma compiuta alla società fiorentina rinascimentale ma permettono a un affabulatore come Montanelli di adescare i lettori portandoli «dentro» la storia, tra papi e re, guerre e pestilenze, per fargliela vedere da vicino. Come la descrizione delle nozze: «Menù del banchetto: 406 pagnotte, 250 uova, 50 chili di formaggio, mezzo bue, due montoni, 37 capponi, 11 galline...». O del servizio postale dei mercanti fiorentini che facevano partire verso Venezia, le Fiandre o la Sciampagna due corrieri al giorno. O dello scambio di lettere tra marito e moglie: «Ogni mercoledì le mandava a dire che il sabato sarebbe tornato a passare la fine della settimana a casa, ma - si lamenta Margherita in una lettera - "parmi che ogni venerdì sera ti ripenti"».


RISPETTO PER LA CRONACA - In questo rispetto per la cronaca minuta, indispensabile per capire il resto, c'è tutto il modo montanelliano di intendere la storia. Un modo che non a caso piace a studiosi come Angela Caracciolo che ha dedicato la vita a un altro grafomane quale Marin Sanudo che tra i 58 volumi dei Diari, i tre delle Vite dei Dogi e tutto il resto, scrisse circa 150 mila pagine con dentro tutto: dalle guerre ai turchi al prezzo della farina a Rialto. Cronache preziosissime per capire come si viveva nella Venezia del Cinquecento. Con differenze radicali, ovvio. La scelta di mischiare «microstoria» e «macrostoria» nel Sanudo è inconsapevole e casuale, in Montanelli voluta. Ma più ancora pesa, a parte l'arte stilistica, l'irriverenza che il grande cronista del Novecento, a differenza del suo lontano predecessore, ha nei confronti del potere. Un'ironia e un disincanto che non mostrava solo verso protagonisti del passato come Carlo d'Angiò («un soldataccio, coraggioso, ma grossolano e ottuso») o Vittorio Emanuele III (che rispondeva acido alla madre: «Dove vuoi andare a mostrarti con un nano?») ma anche, e qui la cosa richiedeva talvolta del fegato, verso i protagonisti del presente nel loro momento di potere. Basti ricordare, oltre alle sferzanti definizioni del Cavaliere (una per tutte: «L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che io ho mai visto. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo»), qualche immagine folgorante degli anni meno recenti. Su De Mita: «Lui un intellettuale della Magna Grecia? Nella definizione di Agnelli c'è qualcosa di troppo: la Grecia». Su Cossiga: «Non so se si renda conto di essere il megafono di gorgoglii di fogna». Su Togliatti: «È uno dei pochissimi capi comunisti che, avendo vissuto molti anni vicino a Stalin, sia riuscito a sopravvivergli. Per non diventarne una vittima, se ne fece complice». Su Moro: «Il più grande anestesista del secolo». Su Fanfani, capace di «presentare anche il Chianti come olio di ricino». Parole dure, spietate fino all'oltraggio. Il prezzo che pagava per stare alla larga dalle corti.

 








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