Montanelli scrive a Gioacchino Volpe

Questa è una lettera di Montanelli allo storico Gioacchino Volpe, che ho trovato sul Corriere della Sera. Ho ritenuto opportuno farne una copia, essendo difficile trovarlo sul sito.

Contesto: nell’estate del 1966 Montanelli risponde allo storico Gioacchino Volpe che aveva espresso la sua stima per il primo volume della «Storia d’Italia», speditogli dalla Rizzoli, dedicato ai secoli bui.

Estate 1966

Caro e gentile Professore... onestà e franchezza mi obbligano a dirle che non fui io a mandarle il mio libro. Non già per mancanza, ma per eccesso di riguardo, ammesso che il riguardo per Lei possa essere eccessivo. Semplicemente pensavo che questo libro non potesse interessare uno storico come Gioacchino Volpe, cui ho espresso la mia ammirazione e riconosciuto il mio debito nella prefazione de «L’Italia dei Comuni»: volume già consegnato e in corso di stampa presso Rizzoli. Quello glielo manderò, quando uscirà, verso Natale. Ci ritroverà molto del Medio Evo Suo che è - non soltanto da ora - un mio livre de chevet . In casa mia siamo volpiani da due generazioni perché anche mio padre, Suo coetaneo e preside del liceo, lo è.
Tuttavia non credevo che tanta ammirazione potesse essere contraccambiata da un po’ di stima. E ora ne sono quasi sopraffatto. Badi che la mia non è modestia. È solo coscienza dei miei limiti e dei miei compiti. Io non sono uno storico. Sono soltanto un divulgatore. Ma come divulgatore ho l’orgoglio luciferino di considerarmi bravo e perfino «necessario». Necessario, voglio dire, al 90% dei lettori, forse al 98. Ma lei è proprio uno degli altri due. Ed ecco perché non Le ho mandato il libro.
Che invece lo abbia apprezzato mi riempie di gioioso stupore anche perché so che Lei non è un giudice facile. Ma evidentemente ha capito che io non sono un concorrente di Volpe. Ne sono soltanto un «piazzista». E così è infatti. E così voglio che sia. Per quanto Lei rappresenti... una felice eccezione come chiarezza di concetti e scorrevolezza di penna, riconoscerà tuttavia che la Storia degli storici professionali italiani «apre» a tutto, fuorché al lettore. La cultura di cui questa Storia fa parte è una specie di baronìa che nell’Italia dei notabili si giustificava, o almeno non recava danno. Ma oggi? Oggi bisogna che qualche Montanelli o Gervaso si rimbocchino le maniche e provvedano a saldare la frattura succhiando il néttare ai Volpe e trasformandolo in un miele per tutti.
Eppure, Lei è l’unico che approva questa impresa e ne riconosce l’importanza. Non me lo aspettavo. E Le dico grazie, grazie, grazie. A testa china, subisco le Sue critiche all’eccessivo cronachismo cui indulgiamo. Ma sapesse quanto invoglia il lettore alla lettura! E sapesse quanto il lettore italiano ha bisogno di essere invogliato! Me lo ha insegnato l’esperienza giornalistica, di cui avrei torto a non profittare.
Suo, con profonda gratitudine e devota ammirazione

Indro Montanelli

 








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